
‘Abd Al-Qâdir
Mawqif 112
Dio ha detto a uno dei Suoi servi[1]: «Sostieni tu di amarmi? In tal caso, sappi che il tuo amore per Me è solo una conseguenza del Mio amore per te. Tu ami Colui che è. Ma Io, Io ti amo da quando non eri!»
Gli disse poi: «Sostieni che cerchi di avvicinarti a Me e di perderti in Me? Ma Io, Io ti cerco ben più di quanto tu Mi cerchi! Ti ho cercato affinché tu sia in Mia presenza, senza intermediario alcuno, il Giorno in cui ho detto: “Non sono io il Signore vostro?” [Cor. 7,172)[2], quando tu eri solo spirito (rûh). Poi tu Mi hai dimenticato e Io ti ho cercato di nuovo, inviando verso di te i Miei inviati, quando tu hai avuto un corpo. Tutto ciò era amore di te per te, non per Me».
E gli disse ancora: «Che cosa pensi che faresti se, mentre ti trovi in un estremo stato di fame, di sete e di sfinimento, ti chiamassi a Me offrendoti il Mio paradiso con le sue uri, i suoi palazzi, i suoi fiumi, i suoi frutti, i suoi garzoni e i suoi coppieri, dopo averti avvertito che non troverai nulla di ciò, se non Me?».
Il servo rispose: «Mi rifugerei in Te contro di Te»[3].
Un mawqif è un punto dove ci si ferma, una sosta, in questo caso una riflessione o una serie di riflessioni.
L’Emiro ‘Abd Al-Qâdir (o ‘Abd el Qader all’algerina), grande avversario dei francesi al momento della colonizzazione dell’Algeria, era nato nel villaggio di Guetna, poco distante da Mascara, in Algeria, nel 1808. Era stato educato nella zawiya diretta da suo padre, Si Mahieddine e, in seguito, aveva completato la sua formazione a Arzew e a Orano, sotto la guida di maestri prestigiosi. Dopo la presa d’Algeri, nel 1830, padre e figlio parteciparono alla resistenza, che elesse ‘Abd Al-Qâdir Emiro e gli affidò il comando del fronte anti-coloniale. Arresosi ai francesi nel 1847,’ Abd Al-Qâdir fu fatto prigioniero dai francesi, che non mantennero le promesse fattegli al momento della sua resa e lo trasferirono in Francia prigioniero con tutta la sua famiglia. Dopo sei anni di prigionia in Francia, Napoleone III gli rese giustizia e lo liberò mantenendo le promesse, cosa che permise all’Emiro d’esiliarsi a Damasco, in Siria, dal 1856 fino al 1883, anno della sua morte. A Damasco abitò fino alla morte nella casa di Ibn Arabi, il mistico, vissuto sei secoli prima, che egli considerava suo maestro. Fin dal primo momento si formò intorno a lui un cenacolo d’iniziati, vari shuyukh tra cui anche il padre dello shaykh di ‘Abdul-Hâdî (Ivan Aguéli). In questo cenacolo l’emiro si “fermava” su un versetto coranico, o su una particolare frase, o su una particolare situazione e li commentava. Questi commenti, appunto soste, o mawâqif, vennero poi raccolte dai suoi auditori in tre libri, che compongono il Kitab el Mawâqif o Libro delle soste. Non lasciò più il paese, se non per brevi viaggi e un pellegrinaggio alla Mecca, consacrando il suo tempo alla meditazione, alla preghiera, all’insegnamento e alla beneficienza. Nel 1860, i moti di Damasco gli fornirono l’occasione di mostrare la grandezza del suo animo. Dimentico dei soprusi a suo tempo subiti, salvò migliaia di cristiani dal massacro, inducendo i rivoltosi a ritirarsi. Celebrato e onorato, ‘Abd Al-Qâdir si spense a Damasco il 26 maggio 1883.
[1] È assai probabile che il servo sia lo stesso ‘Abd el Qader . L’espressione indiretta per riferire un intimo evento spirituale è alquanto frequente nei maestri del tasawwuf, e anche Ibn ‘Arabi vi ricorre più volte.
[2] “Non sono io il Signore vostro?”: allusione al «Patto primordiale» (mîtâq) descritto nel Corano (7,172), in base al quale, in risposta a tale domanda, tutti gli uomini futuri, sino alla fine dei tempi, riconosceranno la Sovranità divina. Sull’evidenza di tale Sovranità, che ogni essere ha percepito e riconosciuto mentre era ancora «nei reni di Adamo», si fonda la validità della Testimonianza (shahâda) richiesta a ogni musulmano (lâ ilâha illâ Llâh: «Non c’è Dio se non Iddio»). Però si può testimoniare soltanto ciò che si è visto; infatti la shahâda non è un semplice “atto di fede”. Secondo i maestri del tasawwuf, la disciplina spirituale ha dunque quale oggetto essenziale la riattualizzazione di questa evidenza originaria, e il patto iniziatico (‘ahd, mubâya’a) con il shaykh non è altro che un rinnovo e una conferma del Patto primordiale. [Preferiamo tradurre la formula della shahâda «lâ ilâha illâ Llâh» «Non c’è divinità se non Dio» perché il termine ilaha e Allâh non possono certamente essere resi dallo stesso nome. N.d.r.]
[3] Allusione all’hadith di cui alla nota 4 al testo 13.
Tratto da: ‘Abd el Qader, Il Libro delle soste, Rusconi (Bompiani)
https://scienzasacra.blogspot.it/2014/03/abd-al-qadir-il-puro-amore-mawqif-112.html
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